I Cradle of Filth e la Dea Oscura – Le Vampire

Il cliché della donna come idolo di perversità lo ritroviamo in una lunga schiera di belle dame senza pietà (Keats – La Belle Dame Sans Merci, 1819) e dark ladies moderne, perlopiù assetate di vitalità e, nello specifico della vampira, di sangue, sesso e successo, non necessariamente in quest’ordine, i cui malcapitati amanti (di entrambi i sessi), oltre all’innocenza e, in certi casi, alla vita, perdono qualche litro di fluido vitale e/o buona parte della loro salute (soprattutto mentale), almeno finché qualche vecchio saggio – a cui evidentemente non tira più tanto e quindi non corre il rischio di venir facilmente sedotto o, ancora, per questioni d’età è già sceso a patti con la possibilità di morire – non trova il sistema per eliminare il “mostro”.
Hai voglia a dire che le storie di vampiri sono romantiche: nel caso delle vampire finiscono sempre in un macello (reale o figurato) e, laddove la vampira temporaneamente se la cava, di solito è perché riesce a scappare, e quindi la morte definitiva (il sole fa male e fa venire le rughe, ma anche l’essere impalate o murate vive non scherza) è solo differita.

Immagine tratta dal film di Neil Jordan “Byzantium” (2012) – Clara Webb (Gemma Arterton) la vampira rappresenta molto bene la figura della donna reietta, perseguitata e indomita come la Lilith della mitologia.

Certo, anche i colleghi maschi vengono fatti fuori (sono pur sempre dei mostri) però, guarda un po’, questo, sì, alla faccia della parità, talvolta hanno la chance di salvare in corner la propria anima. D’altra parte, Faust insegna: fa’ pure il patto con il Diavolo e le peggio porcate, basta che alla fine ti penti e vedrai che ci sarà qualche pia donzella (la donna, se opportunamente educata, sa anche essere “buona”…) a traghettarti in gloria del Signore.
Al di là dell’ironia e lasciando assolutamente da parte le polemiche che oggi vanno tanto di moda, nell’ambito delle storie dedicate alle vampire o alle donne sanguinarie personaggi come Erzsébet Báthory, Carmilla, Lucy e altre sono emblematici e da essi discendono decine di altre “sorelle nel sangue”, sia letterarie che cinematografiche e, come vedremo, musicali.

Realmente esistita, l’ungherese Erzsébet Báthory (1560-1614) fa parte di quella classe di vampire che Franco Pezzini definisce “regine” (Pezzini – Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira, 2000). La vampira regina è:

la dark lady vampirica per eccellenza, sessualmente dominante in chiave etero od omosessuale (…). La letteratura e il cinema le riconoscono sovente un titolo nobiliare e un’età assai avanzata, velata però da un’apparente, fascinosa gioventù d’aspetto.” (Pezzini – op.cit., 14)


La prima biografia che contribuisce a “lanciare” il personaggio della “Contessa Rossa”, o “Belva di Csejthe”, come veniva appellata Erzsébet, e a farne, successivamente, una stella del cinema horror è ‘La Contessa sanguinaria’ di Valentine Penrose (1962). Si tratta, perlopiù, di una ricostruzione romanzata e fortemente evocativa per la quale l’autrice dichiara di aver utilizzato come base documentale, fra gli altri, gli scritti di un padre gesuita, László Turóczi, che nel 1729 aveva ritrovato il resoconto del processo e nel 1744 ristampò una monografia su Erzsébet:

Egli raccolse la storia che nessuno, nella regione di Csejthe, aveva ancora dimenticato.” (Penrose – op.cit., 1,2)


Nella sua biografia Penrose delinea una donna dai contorni inquietanti ma non priva di magia, dei cui terribili misfatti non molti sapevano, benché le torture, gli assassini efferati e i bagni nel sangue delle vergini a scopo rigenerativo fossero già presenti nell’immaginario europeo da più di un secolo. A metà Ottocento, infatti, l’inglese Sabine Baring-Gould aveva citato la Contessa nel suo ‘The Book of Werewolves’ (1865) raccontando ciò che i delatori avevano trovato nel suo diario segreto.
Originari della Svevia, i Báthory, così racconta Penrose, erano un casato di antico lignaggio ma che vantava una schiera di personaggi affetti da tare, lussuria, crudeltà e bizzarria, oltre che dotati di coraggio.
Intorno allo stemma di famiglia si avvolgeva il Drago dei Daci, cosa che rendeva il blasone alquanto caratteristico:

su una linea verticale che rappresentava la mascella del lupo, c’erano tre zanne volte verso la sinistra dello scudo, che rappresentavano in tal modo una E maiuscola. A destra, in alto, c’era la mezzaluna, a sinistra il sole raffigurato come una stella a cinque punte; il tutto era racchiuso da un drago che si mordeva la coda: un blasone, dunque, orgoglioso e misterioso. (…) Quella che poi venne chiamata la Belva, la Lupa, la Contessa sanguinaria, si trovava dunque sotto l’insegna del lupo, l’animale che riceve gli influssi di Marte e della Luna.” (Penrose – op.cit., 10; per il rapporto fra i Daci e i lupi, vedi: Eliade – Da Zalmoxis a Gengis Khan, 1970)


In quella che ha il sapore di una lettura dei tarocchi e, come tale, funge da presagio, Penrose prosegue con una serie di suggestioni legate all’astrologia in base alle quali il tema natale della Contessa viene immaginato come dominato da segni e pianeti che ne possono giustificare l’attitudine sadica (lo Scorpione con la Luna influenzata malignamente da Marte e con Mercurio in opposizione), la follia maniacale e il desiderio sessuale irrefrenabile (Luna in congiunzione con Mercurio), nonché la bellezza e la tetraggine (Venere in congiunzione con Saturno), ma anche il coraggio, in linea con quanto detto rispetto alle caratteristiche della casata.


La Luna, i cui segreti incombevano sul suo destino, Erzsébet l’aveva sempre come compagna nelle cavalcate notturne e solitarie, quando si recava dalla strega della foresta (…). Le ferite inferte sotto questo astro malefico non si rimarginano facilmente, in esse penetrano i vermi (…). Personificazione del chiaro di luna che emanava da se stessa, vestita di porpora e di bianco e col sigillo di uno stemma dai denti di lupo, ella errava nella radura inondata dalla luce nera della malinconia (…). Per svelare la sua natura profonda, inoltre, quella che le veniva dall’eredità e dagli astri, c’è da citare un altro segreto di questa malefica Contessa, un segreto sempre detto a bassa voce e che il tempo non ha potuto chiarire (…): si sussurrava che fosse lesbica.” (Penrose – op.cit., 11-15)

Erzsébet Báthory, la Contessa Rossa – AI generated image


Insomma, la nostra “cattiva ragazza” era il ritratto di Diana/Ecate e anche il marito, Ferenc Nádasdy – dice Penrose – noto come il Cavaliere Nero, membro dell’Ordine del Drago e che, pure, non doveva essere quel che si dice uno stinco di santo (a quanto si narra, anche lui si divertiva a seviziare fanciulle), se, da un lato, era affascinato dalla bellezza della consorte, dall’altro temeva il suo “pallore di giovane vampiro.” (Penrose – op.cit., 16) La storia della Contessa Rossa, per altro, ricorda molto la vicenda di Gilles de Rais (1405 ca. – 1440), compagno di Giovanna d’Arco e spietato uccisore di fanciulli, praticante la Magia Nera e ispiratore della favola di Barbablù: forse per l’enorme ricchezza e, quindi, l’eccessivo potere, come accadde al Maresciallo di Francia, anche a Erzsébet vennero imputate centinaia di vittime e la giustizia secolare fece il suo corso. Ma se nell’immaginario europeo il de Rais divenne il prototipo di quello che appena cinquecento anni dopo sarà il serial killer, alla Contessa spettò anche l’onore di entrare rapidamente nell’olimpo vampirico.
Un paio di secoli e mezzo più tardi, infatti, uno scrittore irlandese che oggi, al pari di Stoker, è annoverato fra i grandi della letteratura gotica, creò una vampira nella quale, come vedremo a breve, risplende anche la cupa fiamma della Belva di Csejthe: Carmilla o, meglio, Millarca o, ancora, Mircalla, la Contessa von Karnstein.
‘Carmilla’ di Joseph Sheridan Le Fanu esce dapprima nella rivista ‘The Dark Blue’ (Reim – Introduzione a ‘Carmilla’ di J.S.Le Fanu, 1993) e, un anno dopo, nel 1872, all’interno di una raccolta di novelle soprannaturali, ‘In a Glass Darkly’, nella quale si trova anche ‘Tè verde’, il racconto che attesta la nascita del primo “investigatore dell’occulto”, il dottor Hesselius, al quale saranno debitori tanti autori futuri, compreso Tiziano Sclavi con il suo Dylan Dog.
In Carmilla, però, oltre a Erzsébet Báthory e alla carinziana Barbara di Cilli, la “Regina Nera”, altro esempio di donna terribile, discendente di guerrieri e membro della Societas Draconis, un ordine cavalleresco fondato nel 1418 dal marito Sigismondo di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, che per le sue “prodezze” si guadagnò il soprannome di “Messalina tedesca”, confluiscono anche altre vampire, questa volta di tipo letterario, (Pezzini – op.cit., 17-22) che si rifanno al tema della “Morta innamorata” – Filinnio, narrata Flegonte di Tralle e ripresa da J.W. Goethe nella sua ballata ‘Die Braut von Korinth’ (1797), Geraldine di Coleridge (dal poema ‘Christabel’, 1797-1800), Clarimonde di Théophile Gautier (1836) – ma non solo: per la sua novella Le Fanu recupera anche i dati del folklore sui demoni incubi e succubi, di origine classica e medievale, a loro volta derivati – nel caso dei succubi, ovvero dei demoni di sesso femminile – dalle figure mitologiche delle quali abbiamo parlato in precedenza (Lilith, Lamia, ecc.).

Questa è una delle edizioni in mio possesso, uscita nel 1993, con l’introduzione di Riccardo Reim

Carmilla vampirizza Laura, che rappresenta il suo doppio “luminoso”, tramite la seduzione e ciò fa del racconto di Le Fanu una storia omoerotica nella quale Laura è vittima di strane visite notturne, deperisce a vista d’occhio e si salva solo quando viene svelata l’identità della sua aguzzina: si tratta della Contessa Millarca di Karnstein, vissuta duecento anni prima, che per rimanere giovane si nutre della vitalità di giovani fanciulle. A quel punto, Le Fanu introduce l’elemento dell’esecuzione, mutuato dalle prassi di annientamento del vampiro che si applicavano, senza soluzione di continuità, dal Medioevo alla metà del Secolo dei Lumi: ricerca della tomba del non-morto, impalamento e decapitazione del cadavere; infine, distruzione delle spoglie tramite il fuoco.
Anche Bram Stoker nel ‘Dracula’ (1897) terrà conto della lezione lefanuiana quando si tratterà di eliminare la povera Lucy Wenstera, trasformata in vampiro dal Conte.
A differenza di Carmilla, Lucy non tenta di sedurre fanciulle, bensì uomini, e manifesta un’altra delle caratteristiche tipiche delle vampire del mito antico, passata poi nella figura della strega, ovvero il nutrirsi di bambini. Allo stesso modo si comportano le concubine di Dracula, che nel romanzo circuiscono Jonathan Harker quando il giovane e vigoroso avvocato si trova nel castello del Conte.
Come quella di Carmilla, anche l’esecuzione di Lucy ha il sapore di un rito di iniziazione e di esorcismo. Nel romanzo di Stoker è il promesso sposo a dover piantare il paletto nel cuore dell’amata vampiro e lo fa guidato dal sacerdote (Van Helsing) e circondato dagli altri uomini del clan. Non è quindi un caso che poi Arthur, morto suo padre, prenda il titolo di Lord Godalming: dopo l’annientamento di Lucy è divenuto un maschio adulto a tutti gli effetti ed è pronto a lasciare da parte le seduzioni di certe signorine troppo “allegre” e “senza cuore”.

Continua […]

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