Nel folklore dell’Europa dell’Est, Grecia compresa, il vampiro è perlopiù di sesso maschile, affiancato al lupo mannaro e tutto sembra fuorché un avvenente gentiluomo dall’abbigliamento elegante e i modi suadenti. Nei racconti popolari appariva, piuttosto, come un cadavere gonfio e dalla faccia rubizza, goloso di latte e dei cibi che aveva amato in vita (Braccini – Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, 2011, et al.). Da dove viene, allora, quello che ormai è un caposaldo della cultura pop e cioè il suo smodato desiderio di sangue?
Rivolgendoci alla storia più recente, il vampiro “dandy” succhiasangue lo dobbiamo principalmente alla letteratura la quale, a sua volta, prende il dato dall’osservazione teologica e medica (quindi colta) di fenomeni di conservazione post-mortem e di cruentazione, ovvero della copiosa fuoriuscita di sangue dagli orifizi di un cadavere (ma la cruentazione è una pratica che funziona anche sui vivi e tutt’ora viene applicata dalla chirurgia, ad esempio per spurgare lesioni infette…), cosa che, all’epoca delle isterie collettive sui vampiri che si scatenarono in Europa fino a metà Settecento, fece supporre a detti osservatori che il defunto se ne fosse nutrito (de Ceglia – Vampyr, 2023).

Sappiamo anche, però, che la questione del sangue e del simbolismo ad esso collegato, per cui lo si riteneva un fluido contenente il principio della vita, affonda le proprie radici nella notte dei tempi.
Come abbiamo visto, le antenate mitiche delle vampire letterarie e cinematografiche quali Lilith e le varie Regine degli Inferi svuotavano le loro vittime succhiandone i fluidi vitali fino all’ultima goccia. E lo stesso facevano, secondo il folklore, certi tipi di streghe particolarmente ghiotte del sangue degli infanti. Ricondotti all’immaginario che stiamo considerando, questi sono esempi importanti dal momento che riguardano figure femminili. D’altra parte, rispetto alla questione del sangue, noi donne ci troviamo nella posizione di “osservatrici privilegiate” e, proprio in virtù di un “privilegio” che, per metà esistenza, ci gratifica una volta al mese, da sempre siamo state viste con sospetto e timore.
Limitandoci alla tradizione occidentale, è ben noto l’isolamento rituale al quale la donna mestruata veniva sottoposta in passato: un tabù giunto fino ai giorni nostri nella superstizione popolare, derivato da tutta una serie di credenze in base alle quali l’aver a che fare con il sangue comporta un certo grado di impurità o, comunque, di contatto con dei misteri da trattare molto attentamente, essendovi coinvolta la sessualità e, quindi, una sfera della vita umana che necessita di essere normata, se non, addirittura, “esorcizzata”.
Certo, possiamo dirci che in Europa sia stato il Cristianesimo il maggior responsabile di determinate concezioni, tuttavia non è che prima la faccenda fosse stata presa in maniera tanto più serena.
Tornando al nostro argomento, comunque, è interessante vedere come in alcune culture europee arcaiche i dispositivi rituali funzionassero in maniera differente se a entrare in contatto con il sangue fossero gli uomini (pastori, cacciatori e guerrieri) o le donne (per i motivi di cui sopra, aggiungendovi il parto e altre pratiche ostetriche): escluso l’omicidio non collegato alla guerra o a un sacrificio, nel quale il sangue versato era invariabilmente un’empietà perché veniva sprecato e, innescando il circolo della vendetta, ne perpetuava lo spargimento inutile, la “fuoriuscita” dello stesso assumeva una valenza differente a seconda che l’esito fosse un raccoglimento o una dispersione.
Infatti, a meno di particolari divieti religiosi in merito, il sangue che sgorgava dai nemici, dalle prede o dalle vittime sacrificali veniva “raccolto” e consacrato, in modo da trasformarlo in un veicolo di comunicazione con la divinità, dopodiché lo si poteva bere, mangiare impastato con altri ingredienti o, finanche, ci si bagnava in esso. In tali casi il sangue era fecondo e diventava per la comunità elemento portatore di forza, salute e prosperità, quindi di vita.
Discorso diverso – implicando, appunto, una dispersione anziché un raccoglimento – per il sangue “rilasciato involontariamente” come durante il ciclo mestruale o, dicevamo, a seguito di un atto empio quale l’omicidio, aborto incluso, che, non a caso, era appannaggio di streghe e stregoni, gli uccisori di bambini. In tali frangenti il sangue, toccando terra, era creduto capace di risvegliare potenze ctonie – nel mito greco, per esempio, questo accade quando Crono evira il padre Urano e il sangue di quest’ultimo cade su Gea generando le Erinni, i Giganti e le Meliadi, le ninfe dei frassini, il cui legno era usato per le lance – e, perciò, veniva apparentato alla vendetta, alle catastrofi, alla guerra sanguinosa e, quindi, alla morte.

Ma, attenzione, perché un problema analogo si presentava anche in occasione di un’altra dispersione, l’atto sessuale non finalizzato alla procreazione, quindi “contro natura” – ricordiamoci di Lilith e del fatto che nel Libro della Genesi Er e suo fratello Onan non fanno una bella fine – dove al sangue si sostituisce l’altro fluido considerato detentore del principio vitale e che, come tale, ancora oggi, secondo l’Ebraismo, non deve essere disperso e toccare terra: lo sperma. Un principio, questo, che passò nel Cristianesimo, ed è da qui, dalle sedimentazioni e sovrapposizioni di secoli di reminiscenze arcaiche ai precetti religiosi di origine ebraica, prima, e cristiana, poi, fino ai trattati medici, che in Europa, nella tradizione popolare come in quella colta, entrò in gioco il legame “perverso” fra sangue, sessualità non finalizzata alla procreazione e vampirismo femminile: in base a questa narrazione, essendo portatrici ab origine dello stigma dell’impurità del sangue “inutile” per i motivi che abbiamo visto finora, le donne sono “per natura” vampire – tentano di appropriarsi della vitalità maschile e c’è pure il dubbio che abbiano un’anima – ed entrano, giocoforza, al centro di un immaginario destinato a consolidarsi nel tempo e che, progressivamente, le identifica come idoli di perversità.

Ed è sempre da questo immaginario che l’arte attinge (Dijkstra – Idoli di perversità. La donna nell’immaginario artistico, filosofico, letterario e scientifico tra Otto e Novecento, 1986/1988), indipendentemente dal sesso dell’artista, per delineare i personaggi della Strega, dell’Incantatrice e, più recentemente, della Contessa Sanguinaria. Con il risultato che, se da un lato vengono messi in luce gli aspetti sovversivi di queste figure rispetto al canone che cerca di disinnescare il Femminile Oscuro, chiamiamolo così, riportando la figura della donna alla sua funzione principale di Madre, e, quindi, attivando un’interpretazione positiva, in ottica libertaria, della vampira o della strega, dall’altro, però, si continua a portare avanti una narrazione che è sempre la stessa e che nulla toglie a questi cliché.
Continua […]

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